Radici salmastre
Se chiudo gli occhi e provo a tornare all’inizio, la mia vita non si apre con una data scritta su un certificato, né con un volto in posa, come nelle fotografie ingiallite. Si apre con un odore.
La salsedine. Quella presenza discreta e ostinata che entrava ovunque: nelle lenzuola stese, nelle fessure delle finestre, nei capelli dopo una passeggiata, persino nei pensieri. Era un odore che non chiedeva permesso, e forse per questo mi è rimasto addosso come una seconda pelle: la prova silenziosa che, prima ancora di capire le parole, io appartenevo a qualcosa.
Quel qualcosa aveva un nome semplice e antico: Portopalo, un borgo all’estrema punta sud-orientale della Sicilia, dove il mare non è mai solo panorama ma confine, promessa, respiro quotidiano. Un luogo che non si attraversa per caso: per arrivarci bisogna volerlo, come se fosse davvero un’isola incastonata in un’altra isola, nascosta alla fretta del mondo. E in quella distanza — geografica, mentale, emotiva — io ho imparato presto una lezione che avrei compreso pienamente solo molti anni dopo: ci sono posti bellissimi che sanno essere anche stretti, protettivi e, a volte, soffocanti.
Ricordo le mani ruvide di nonna, la sua tenerezza che aveva il sapore di un mondo più antico, le coffe — tradizionali borse siciliane, realizzate dal nonno con le foglie tenere della palma — e il dialetto stretto che a tratti non capivo, ma che sentivo comunque come un abbraccio. Ricordo l’incenso delle messe domenicali: un profumo così denso da sembrare materia, capace di stordirmi e affascinarmi insieme. Ricordo le corse a perdifiato per le stradine, inseguendo e venendo inseguito, con le grida festose delle compagne di scuola che mi facevano da eco.
E poi ci sono i suoni. Non quelli precisi di una singola giornata, ma quelli che per me erano «casa»: la risacca che tornava sempre, paziente e uguale a se stessa; il vento che cambiava faccia a seconda delle stagioni; e le cicale, quando il loro frinire diventava un tetto sonoro sopra i pomeriggi, un ronzio continuo che sembrava dire che il tempo non passava: maturava.
Portopalo, visto da dentro, non era una cartolina. Era una mappa piccola ma completa, dove tutto aveva un posto preciso e, soprattutto, un peso: il mare davanti, la strada principale che tagliava il paese come una spina dorsale, e poi la campagna alle spalle, fatta di serre, polvere, vento caldo e lavoro. E sopra ogni cosa, un senso costante di vicinanza: le case, le voci, le storie. In un posto così non ti senti mai davvero anonimo. Ti senti visto.
La giornata cominciava spesso dal porto. Era lì che Portopalo si svegliava sul serio: non con le sveglie, ma con i motori delle barche e il rumore delle cassette di pesce trascinate sulla banchina. Il mare non era solo un orizzonte bello da guardare: era pane, fatica, abitudine. I pescatori avevano mani che sembravano più vecchie della loro età, segnate dalle corde e dal sale, e occhi che sapevano stringersi al sole senza lamentarsi. C’era un modo di parlare rapido e concreto, fatto di poche frasi e molte intese, come se ogni parola in più fosse tempo rubato al lavoro.
E poi c’erano i confini naturali: Capo Passero, l’isola lì davanti come un pensiero costante, e soprattutto l’isola delle Correnti, con il suo punto in cui i due mari — lo Ionio e il Mediterraneo — si incontravano e si mescolavano. Anche senza saperlo spiegare, lo sentivi: era come vivere sempre sul bordo di qualcosa. E vivere sul bordo ti educa in fretta: ti fa capire che puoi essere protetto, sì, ma che puoi anche rimanere chiuso dentro un perimetro che non hai scelto.